Eccomi

domenica, 27 luglio 2008
Thulcky ♪ commenti (7)

Buddhism is found in the reality of society and daily life. Because

Buddhism is in no way separate from this reality, we must strive

 

through our actions and behavior to be exemplary models for others.

 

Daisaku Ikeda

 

 



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martedì, 15 luglio 2008
Thulcky ♪ commenti (6)

 

son tornata alle grotte. Il mito dell'eterno ritorno si riaccende. Lampeggia sulla mensola un vecchio libro e ora brilla il mio nuovo lavoro scaturito da sogni passati. Nella piovosa Inghilterra sognavo l'umidità delle grotte, il mare che si infrange nel molo, la voce che si sperde nelle ampie sale.

Ci sono tornata. Il pensiero crea ciò che volontà detta. Non capisco cosa mi dica Capocaccia, Nettuno, i colleghi. Perchè questo passo nella mia rivoluzione umana?



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venerdì, 04 luglio 2008
Thulcky ♪ commenti (3)



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martedì, 01 luglio 2008
Thulcky ♪ commenti (5)

dopo una calda camminata, oggi leggevo in biblioteca "Un anno sull'altipiano" del grande Emilio Lussu.

Nato nel 1890, Lussu si laurea in Giurisprudenza e viene mandato al fronte con la Brigata Sassari durante la prima guerra mondiale. Con una narrazione semplice e secca, da persona d'altri tempi poco avezza ad agi e mollezze odierne, Lussu descrive la sua allucinante esperienza al fronte.

La guerra di trincea dei sardi contro gli austriaci, il mal celato nervosismo dei soldati prima di un'azione, l'alcolismo della disperazione, la follia di un generale che li mandava a morire come mosche.

Di tutto questo ancora oggi dobbiamo a questo illustre isolano la nascita del Partito Sardo d'azione e la coscienza identitaria.

Voglio divulgare nel mio blog un suo bellissimo scritto:

 

"L'avvenire della Sardegna" di  Emilio Lussu

Chi si prendesse la pena di leggere tutti i discorsi pronunziati dai rappresentanti sardi al Parlamento, da quello subalpino a quello naziozionale a poco prima del fascismo. E quel secolo è spiegato dal secolo che lo precede, ancora più meschino, tolta la parentesi rivoluzionaria popolare della fine del XVIII secolo che la illumina per un attimo.

Perché la Sardegna, ha vissuto un periodo così lungo di vita meschina? E perché è ancora così arretrata, secondo la mia personale esperienza la regione più arretrata d'Europa?

Certo, il presente di ogni paese è legato al suo passato, né io mi propongo un saggio storico-politico sull'Isola.    Mi sforzo solo di cercar d' intranale fino ai primi decenni del secolo, si farebbe una visione abbastanza completa della vita
civile dell' Isola durante il periodo dall'unificazione navedere di cosa potrà essere l'Isola nell'avvenire.
Noi sardi, tutti io credo, soffriamo di complessi che sono certamente in gran parte atavici.                                 Noi conosciamo bene il nostro stato e vediamo le nostre debolezze; li confessiamo a noi stessi, ma non amiamo che gli estranei li facciano propri. E il fatto che la nostra regione è un' isola -La Sicilia non lo è affatto- a scarsa popolazione, in cui la malaria ha dominato per millenni e per millenni i matrimoni sono avvenuti prevalentemente tra
sardi, pesa molto sulla nostra psicologia e sul nostro carattere. Per cui un po' tutti nazionalisti o internazionalisti, borghesi, intellettuali o proletari, abbiamo dentro di noi qualcosa di caratteristico che ci fa simili prodotti della stessa specie. Tranne quei sardi « aria del continente» che, usciti dall'Isola giurano di non rimettervi più piede, e pensano e parlano della propria terra col sussiego e il distacco del parente ricco di fronte al resto della famiglia rimasta povera.
Ma questa unità psicologica non ci ha mai unito, né ci unisce tuttora. Poiché la disunione è la prima nostra impronta. Noi siamo tutti, e i nostri figli lo saranno certamente meno di noi, malamente individualisti, con tutti i guai che l'individualismo, questo orgoglio mal piazzato comporta. È che ci sentiamo d'essere una nazione mancata, senza ancora avere la piena coscienza o senza voler riconoscere che così doveva essere né poteva essere diversamente, che un' isola così piccola, rispetto alle grandi isole degli altri mari, con questa sua posizione nel Mediterraneo, non poteva in nessun secolo vivere indipendente e sovrana.
Questa nostra ostinazione a non voler ammettere la fatale sconfitta collettiva come popolo ci ha offerto solo la rivincita d'un ripiegamento sulla personalità del singolo.
Considerazioni, queste, attorno a cui l'attenzione di parecchi tra noi gira da trent' anni. Considerazioni, che non sono sempre comuni ai più dei concittadini delle due città principali. Le sole città che possano chiamarsi tali.
Ma la reale popolazione cittadina, quella cioè maggiormente arricchita di elementi non sardi nei secoli, è in Sardegna inferiore al 10% dell'intera popolazione. Ne deriva che la restante parte dei sardi, approssimativamente
il 90%, è direttamente sensibile a queste considerazioni, le quali peraltro rifuggono dalla pretesa di assumere rappresentanza ufficiale.

 L'unità è sempre mancata a noi sardi. « Centu concas centu berrittas » è un nostro proverbio ancora corrente,      e « pocos, locos y mal unidos » è il noto giudizio spagnolo. Questo è un grosso problema per noi.
Io sono nato in un piccolo villaggio di montagna, tra quelli che la civiltà romana conobbe per ultimi.             Villaggi-stato di cacciatori-pastori predoni, con leggi consuetudinarie rigide sulla vita in comune, sulla pastorizia,
sulla caccia e sulle rapine, contro i quali i romani, a difesa delle pianure agricole del vasto Campidano di Cagliari, collocarono posti militari che, diventati villaggi, esistono ancora. E nella mia infanzia ho conosciuto gli ultimi avanzi di una società patriarcale comunitaria, senza classi, in cui i «patrimoni» più vistosi erano stati ottenuti con matrimoni fra i figli unici, eredi di due famiglie.
Con ogni probabilità, la continuazione della stessa società che, con lievi sovrastrutture, dall'epoca nuragica resistette a tutte le civiltà dominanti, fino alla piemontese. Noi ragazzi del villaggio, sempre tutti scalzi alla marniera antica (i ragazzi mettevano la prima volta le scarpe pochi anni prima dell'età in cui a Roma i giovani cittadini lasciavano la pretesta) ci organizzavamo per far delle spedizioni provocatorie o di rappresaglia contro i ragazzi dei villaggi vicini , oltre la vallata, dei quali parlavamo con la, stessa certezza di superiorità e con lo stesso disprezzo
con cui i ballila e gli avanguardisti del regime si riferivano, ai loro tempi gloriosi, alla Francia, all' Inghilterra, all'Unione Sovietica o all'America.
La gioia dei nostri cuori e l'eccitazione della nostra fantasia erano i racconti degli anziani, ancora nel costume oggi scomparso. Racconti, di caccia al cervo al daino e al muflone anch'essi oggi scomparsi dalla regione, abbelliti
di particolari di magia; e racconti di cavalcate eroiche e d'incursioni armate «oltre frontiera». E mio padre, che nella sua prima gioventù andava a cavallo persino dal barbiere, e considerava indecoroso uscire dal territorio del
Comune «oltre frontiera» senza il fucile (fisso a un sostegno accanto alla staffa di destra e tenuta con la mano all'altezza delle canne), e senza le due pistole agli arcioni (licenza di porto di fucile e di pistole, lire due), ripeteva in famiglia nelle notti d'inverno attorno al focolare i racconti dei tempi lontani così come glieli raccontava suo nonno. Il quale, a sua volta, li aveva sentiti da suo nonno quando rievocava i begli anni della sua gioventù (primi del XVIII secolo). Si partiva tutti a cavallo e armati -raccontava il XVIII secolo- ogni anno dopo le vendemmie, per la provvista del grano, oltre frontiera, nei villaggi di pianura dove non vivono pastori.
Preferibilmente, prima dell'alba, o sotto la pioggia che obbliga tutti a rinchiudersi in casa. Le operazioni di sorpresa erano le meglio riuscite, senza morti e talvolta anche con pochi feriti. E si ritornava nel tripudio del villaggio che non avevano chiuso occhio nell' attesa. E ogni anno, si rifacevano le provviste, cambiando mercato.
 

Il compianto professar Taramelli, che dopo La Marmora ha il più di ogni altro e lungamente dotto allo studio della Sardegna antica, forse troppo approfondendo le ricerche statistiche ricostruite a fine tavola, mi faceva il calcolo
dei presunti quintali di grano che i miei antenati avrebbero ammassato nei secoli, ottenendone il numero in rapporto al numero presunto dei cavalli di quell' epoca, infinitamente superiore a quello d'oggi. Il che non impediva
che io vedessi tutto il villaggio, compresi i notabili, mangiare nero pane  d'orzo, a espiazione dell'opulenza passata.
Noi siamo stati sempre disuniti e nemici fra noi stessi, sotto gli spagnoli,  sotto gli aragonesi, sotto i giudicati, sotto i romani, sotto i cartaginesi, sempre. Loro solo erano uniti. Il loro Stato non era il nostro Stato; e impotenti
a sbarazzarcene, ci ripiegavamo su noi stessi, ognuno per proprio conto, nella famiglia e nel villaggio: e villaggio contro villaggio, l'uno contro l'altro nello stesso villaggio.
Non abbiamo perciò neppure avuto la possibilità di unificare la nostra lingua che pure la fine della dominazione romana deve averci lasciato unica. E non so con quale attendibilità Unamuno, uno dei massimi esperti delle lingue
neo-latine, nelle conversazioni avute con me in esilio, potesse sostenere che la lingua sarda, la vera, la nazionale, fosse il nuorese, che egli conosceva; poiché il nuorese non è parlato che nei centri della Barbagia omonima, nella Baronia di Siniscola e nella Barbagia di Belvì, cioè neppure in una decima parte dell'Isola, mentre il logudorese, che noi consideriamo un po' come il nostro toscano, lo è nel 30% e il campidanese nel 50% all'incirca.
Sempre divisi al punto che l'antagonismo fra Cagliari e Sassari perdura ancora, fatto proprio persino da qualcuno dei massimi esponenti viventi della politica e della cultura. E a Sassari, gli abitanti oltre la regione cittadina, sono ancora chiamati «sardi». Le radici di tutto do sono ben lontane. E ho ragione di dubitare di quella tesi sulla nostra preistoria per cui certi sbarramenti di nuraghe costruiti con un sistema di ridotte, di cui esistono ancora più tracce, fossero posti a difesa da invasori stranieri provenienti d'oltremare, e non invece, come è più probabile, a protezione dei pascoli e della caccia e detta, scarsa agricoltura; in un'epoca in cui la regione doveva essere afflitta e dalla siccità e dal vento non meno che ai giorni nostri. Fra tribù e tribù il popolo nuragico doveva essere in guerriglie permanenti, con rapine, furti di bestiame e persino ratti di donne.

 Da ragazzo ho conosciuto ancora in qualche villaggio finitimo al mio la cerimonia delle nozze fra uomo e donna di differente villaggio, che si concludeva con la fuga a cavallo del giovane sposo portante in groppa la sposa, e i parenti di questa lanciati a galoppo nell'inseguimento, che sparivano in un vortice di polvere, esattamente come nel rito longobardo. Ma i longobardi non misero mai piede in Sardegna, e di altri germanici non se ne conobbero che sulla costa, e per pochi decenni. Mai unione dunque, neppure nei tempi più lontani. Giovanni Siotto Fintar, che appartiene alla borghesia colta della prima metà del secolo XIX, scrive la Storia civile dei Popoli Sardi del suo secolo....(continua



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